La critica per la biennale di Venezia 2024 contenuta nel libro del Padiglione Grenada:

“Salvatore Scaramozzino è nato a Dinami, un comune in provincia di Vibo Valentia. Si è specializzato in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 1980, stesso anno della sua personale d’esordio. Successivamente si è trasferito a Milano, portando avanti in parallelo l’attività lavorativa nell’ambito di formazione e la propria ricerca creativa. Nel tempo ha accompagnato le esposizioni sul suolo nazionale con una serie di partecipazioni ad eventi esteri, come in Francia, in Svizzera e negli Stati Uniti. Già dagli esordi il Maestro traccia le coordinate di un mondo onirico privo della presenza umana. Spazi rocciosi e marini sono caratterizzati da una cromia variegata che dichiara la distanza dalla vita quotidiana, resti architettonici e oggetti abbandonati sono le uniche rimanenze di una dimensione antropica altrimenti assente. I ruderi divengono padroni della scena, evocati come conseguenza di un sisma dichiarato o lasciati apparire senza alcun riferimento narrativo, semplici ambienti enigmatici. Nel corso del tempo Scaramozzino puntualizza la sua poetica “archeologica”, ponendo l’attenzione sulla classicità in quanto fondamento della cultura occidentale. Un’atmosfera sognante pervade questi mondi primordiali dove una natura pura, edenica si distribuisce tra i colonnati, i timpani, le esedre delle architetture antiche. La visione è rischiarata da una luce che satura le ricche tonalità. Il passato è chiamato al proprio compito di guida, la storia torna a vivere per fornire un modello sempiterno all’arte e all’esistenza attuale. I suoi paesaggi si fanno portatori dei valori costitutivi dell’umanità, un bagaglio millenario che deve essere costantemente rinnovato per riuscire a comprenderne l’esempio. Il Maestro di Dinami ha portato avanti una sperimentazione tecnica che ha influito sull’evidente svolta delle ultime opere, tendenti sempre più all’astrazione. La tela viene ritagliata per inquadrare la composizione interna, creata attraverso l’utilizzo di garza trasparente dipinta con velature di colore. Nell’arte di Scaramozzino l’aspetto materico è stato sempre presente, ma adesso diviene protagonista assoluto: l’utilizzo dello stucco e dei fili permette di rilevare l’immagine dal piano bidimensionale. Sulla base della formazione accademica, il Nostro riesce a dar vita a dei veri e propri apparati scenografici che conducono a cannocchiale entro apparizioni abbaglianti, giocate sull’accostamento del rosso, del giallo e del blu. Il lavoro di Salvatore Scaramozzino qui in mostra, Ostacoli, raggi di luce, è un esempio perfetto di questo momento di passaggio. Un telaio senza tela è la cornice di una costruzione interna che sfrutta i materiali già citati: la garza, lo stucco, lo spago e la pittura a tempera acrilica. Con le parole dell’autore: “l’opera esprime gli ostacoli che l’uomo incontra nel corso della vita. Il pensiero, il sogno, la creatività convivono nella composizione di forme, spazi, luce, sfumature di colori, offrendo riflessioni di carattere sociale ed esistenziale. Ogni tinta possiede infiniti raggi di luce che attraversano con slancio lo spazio, modellando le forme e i volumi […]; l’assemblaggio di diverse materie, la leggerezza della garza e sottili strati di stucchi convivono con la luce creando una superficie di alti e bassi, come l’essere vivente”. In tale passaggio è evidente che il Maestro abbia mantenuto fissa la fede nell’arte in quanto strumento privilegiato di analisi dell’animo umano e guida per il suo stesso futuro.“